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Trump - Maritain: due idee d’America, due destini per la democrazia occidentale


Il confronto non potrebbe essere più netto. Da un lato l’America descritta e praticata dalla dottrina di Donald Trump: potenza che si afferma attraverso l’affarismo, la supremazia tecnologica, la forza militare e la riduzione della politica a pura volontà di dominio. Dall’altro l’America pensata da Jacques Maritain, riletta nella nuova edizione di Riflessioni sull’America ripubblicata da Morcelliana: laboratorio imperfetto ma decisivo di una democrazia pluralista, fondata sulla libertà, sul diritto e su un’etica pubblica capace di tenere insieme fede, politica e responsabilità storica.


La National Security Strategy dell’amministrazione Trump chiarisce una visione del mondo che rovescia il portato liberal-democratico del secondo dopoguerra. Il ritorno esplicito alla Dottrina Monroe, l’attacco all’Unione Europea, il disprezzo per il multilateralismo e per il diritto internazionale delineano un’America che non si percepisce più come garante di un ordine condiviso, ma come potenza imperiale che decide unilateralmente chi deve vincere e chi perdere.


In questo schema, la guerra in Ucraina diventa cartina di tornasole. La Russia di Vladimir Putin non è più l’aggressore che viola confini e diritto, ma un interlocutore d’affari. L’Ucraina non è una nazione sovrana, bensì una pedina sacrificabile. La pace proposta è una resa mascherata, una sospensione delle ostilità che legittima la vittoria dell’aggressore e prepara nuove guerre. È la politica come transazione, non come giustizia.

L’America che affascina Maritain è tutt’altra cosa. Non un modello perfetto, ma uno spazio storico in cui religione e libertà nascono alleate, dove il pluralismo non è una concessione ma una condizione originaria: la democrazia vive solo se accetta il limite, se riconosce la dignità delle minoranze, se si fonda su un diritto che precede la forza.


L’ispirazione evangelica non diventa mai pretesa egemonica. Opera dal basso, attraverso le coscienze, non dall’alto come proiezione di un potere religioso o politico. È qui che il pensiero di Maritain anticipa il Concilio Vaticano II e diventa una delle matrici culturali della Dichiarazione universale dei diritti umani del 1948.


Il punto di frattura più evidente tra Trump e Maritain è il rapporto tra sovranità e cooperazione. Per Trump, la sovranità è assoluta e si afferma contro gli altri. Per Maritain, le sovranità vanno “imbrigliate” dentro istituzioni multilaterali, non per indebolire le nazioni, ma per salvarle dalla logica autodistruttiva della potenza.

È la linea che passa da Maritain a Alcide De Gasperi, da Schuman ad Adenauer: Unione Europea e Alleanza Atlantica come parti di un unico disegno, non poli contrapposti. L’alternativa non è tra America ed Europa, ma tra democrazie che cooperano e autocrazie che avanzano. Il trumpismo, invece, spinge verso un mondo multipolare instabile, dove l’Europa rischia la marginalità e la “finlandizzazione”, stretta tra Russia e Cina.

Anche sul tema della guerra il confronto è radicale. Trump riduce la pace a cessazione delle ostilità funzionale agli interessi del più forte. Maritain, resistente al nazifascismo, conosce bene l’inganno del pacifismo astratto. Sa che esistono situazioni in cui non resistere equivale a collaborare al male. Per questo tiene insieme due livelli: la necessità, in certe circostanze storiche, della resistenza anche armata, e la costruzione di lungo periodo di istituzioni sovranazionali capaci di prevenire la guerra.


È una posizione che dialoga profondamente con il magistero contemporaneo: prendere sul serio l’appello alla pace, senza trasformarlo in alibi per la resa o l’indifferenza. La legittima difesa dei popoli aggrediti non è negazione del Vangelo, ma sua drammatica declinazione nella storia.


Alla fine, Trump e Maritain rappresentano due idee incompatibili di America e di Occidente. La prima vede la politica come dominio, la fede come ornamento retorico, la pace come affare. La seconda concepisce la democrazia come forma esigente di convivenza, il pluralismo come ricchezza permanente, la politica come responsabilità morale dentro la storia.


Il bivio davanti a cui siamo non riguarda solo gli Stati Uniti o l’Ucraina. Riguarda l’Europa, la sua capacità di non rinnegare le proprie radici e di non consegnarsi, per paura o convenienza, a un mondo governato dalla forza. In questo passaggio storico, Maritain non è un classico da commemorare, ma una bussola da usare.

 

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