Spartizione, commistione e giustizia: il vero non detto del referendum
Un unico CSM, correnti onnipresenti e cittadini schiacciati nel tritacarne giudiziario
La campagna referendaria sulla giustizia continua a scaldarsi, ma lo fa evitando accuratamente il cuore del problema. Si litiga di schieramenti, si cerca il plebiscito pro o contro il governo, si evocano in modo rituale gli errori giudiziari. Resta invece sullo sfondo – quasi rimosso – ciò che ha davvero accelerato la riforma: la degenerazione del Csm in un luogo di spartizione degli incarichi e, insieme, la commistione strutturale tra pubblici ministeri e giudici prodotta dall’esistenza di un unico Consiglio superiore.
È qui che le due questioni – lottizzazione e assetto ordinamentale – si saldano. Perché il problema non è solo il potere delle correnti, ma il fatto che pm e giudici condividano lo stesso circuito di autogoverno, le stesse dinamiche elettorali, gli stessi scambi impliciti. Un unico Csm finisce per alimentare un ecosistema nel quale chi accusa e chi giudica crescono professionalmente dentro la medesima rete di relazioni, aspettative e “crediti”. Con effetti che non restano confinati ai palazzi romani, ma ricadono direttamente sulla vita dei cittadini.
Su questo punto il silenzio è assordante. L’Associazione nazionale magistrati non ha mai avviato una vera autocritica pubblica sul funzionamento dell’autogoverno e sulle sue distorsioni. I partiti del No, a partire dal Pd, preferiscono evitare il tema, scommettendo su una lettura tutta politica del referendum come voto contro Giorgia Meloni.
Eppure il meccanismo è stato descritto in modo puntuale negli ultimi anni. Il Csm decide le nomine, le promozioni, gli incarichi direttivi. È il crocevia delle carriere. Quando questo potere è esercitato da un organo composto in larga parte da magistrati eletti da altri magistrati, su liste predisposte dalle correnti, la tentazione dello scambio diventa sistemica. Se poi nello stesso Consiglio siedono pm e giudici chiamati a occuparsi reciprocamente delle rispettive carriere, la commistione è inevitabile. Non è solo una questione di apparenza, ma di condizionamento ambientale.
Le conseguenze non sono astratte. Si manifestano fin dalle primissime fasi del procedimento penale, a partire dall’emissione dell’avviso di garanzia. Per il cittadino che vi entra, spesso senza strumenti e senza difese reali, il processo diventa rapidamente un tritacarne mediatico e giudiziario. In questo contesto, il ruolo dei Gip e dei Gup è cruciale. Eppure la percezione – suffragata da dati e prassi diffuse – è che raramente contraddicano l’impostazione accusatoria del pubblico ministero. Non per un complotto, ma per un clima culturale e ordinamentale che rende la distanza tra chi accusa e chi giudica più formale che sostanziale.
Quando pm e giudici appartengono allo stesso circuito di autogoverno, condividono percorsi, referenti, logiche di avanzamento, diventa difficile – anche solo psicologicamente – esercitare fino in fondo quel controllo rigoroso che il sistema accusatorio richiede. La terzietà del giudice rischia di apparire indebolita non tanto nei principi, quanto nelle pratiche quotidiane. E il cittadino, che dovrebbe essere il primo beneficiario delle garanzie, è spesso il primo a pagarne il prezzo.
È qui che la riforma proposta dal ministro Carlo Nordio trova la sua vera ragion d’essere, al di là degli slogan. La separazione delle carriere e, soprattutto, la distinzione degli organi di autogoverno non nascono da una pulsione punitiva verso la magistratura, ma dalla necessità di ridurre una commistione che ha prodotto opacità, sfiducia e un eccesso di potere concentrato. Continuare a ignorare questo nodo significa condannare il dibattito a restare superficiale.
Il paradosso finale è che, così facendo, si finisce per danneggiare proprio la magistratura migliore, quella che lavora con rigore e discrezione, e insieme i cittadini, che vedono la giustizia come un percorso spesso segnato fin dall’inizio. La grande rimozione del referendum non è solo un difetto di comunicazione: è il segno di un tempo politico che preferisce il plebiscito al merito, la semplificazione alla complessità. Ma sulla giustizia, e sulle vite che essa incrocia, questa scelta ha un costo altissimo.
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