NEWS


Sinistra, Iran e la linea sottile tra pacifismo e verità

Condannare l’attacco Usa-Israele non può significare ignorare quarant’anni di repressione, torture e sangue



La sinistra europea e italiana ha reagito con una condanna netta all’attacco congiunto di Stati Uniti e Israele contro l’Iran, parlando di violazione del diritto internazionale e di escalation pericolosa in un Medio Oriente già attraversato da troppe ferite. Una posizione coerente con una tradizione che ripudia la guerra come strumento di risoluzione delle controversie. Ma la domanda che oggi attraversa il dibattito è più scomoda: si può essere contro l’intervento militare e, allo stesso tempo, non chiudere gli occhi davanti a decenni di repressione del regime iraniano?

La morte dell’ayatollah Ali Khamenei e di parte dei vertici politici e militari della Repubblica Islamica ha aperto uno scenario inedito. Nelle strade di Teheran e nelle università il sentimento non è univoco. C’è chi teme il caos, chi paventa una destabilizzazione utile solo agli interessi occidentali e israeliani, e chi invece intravede la possibilità di una svolta storica. Mohammad, trentatreenne intervistato dall’ANSA, sogna un Iran laico e guarda con simpatia alla figura di Reza Pahlavi, immaginando una rinascita nazionale capace di riportare stabilità economica e apertura internazionale. Altri giovani, come Tina e Sassan, chiedono un cambiamento più profondo, temono che i riformisti siano solo una continuità mascherata e vogliono un vero superamento del sistema dominato dalle Guardie Rivoluzionarie.

Non si tratta di nostalgie isolate. L’Iran degli ultimi decenni è stato segnato da repressioni sanguinose delle proteste, arresti di massa, torture denunciate da organizzazioni internazionali, condanne capitali, limitazioni durissime dei diritti delle donne, controllo capillare sulla vita privata e sulla libertà di espressione. Le piazze nate dopo la morte di Mahsa Amini hanno mostrato al mondo un Paese attraversato da una generazione che non accetta più il soffocamento civile e religioso imposto dalla teocrazia.

È qui che la sinistra occidentale si trova davanti a un bivio politico e morale. Condannare l’intervento armato è legittimo e coerente con una cultura pacifista. Ma trasformare questa condanna in silenzio sulle responsabilità del regime iraniano significherebbe tradire gli stessi valori di giustizia e libertà che la sinistra rivendica. L’anti-imperialismo automatico, che tende a difendere qualsiasi governo contrapposto a Washington o Tel Aviv, rischia di diventare una forma di cecità selettiva. E la cecità selettiva, quando riguarda quarantamila morti, torture sistematiche e diritti negati alle donne, non è più prudenza diplomatica ma rimozione.

D’altra parte, la storia recente insegna che la libertà non si esporta con le bombe. Iraq e Libia sono moniti ancora aperti. La caduta di un regime autoritario non garantisce di per sé una transizione ordinata verso la democrazia. Il vuoto di potere può generare milizie, frammentazioni, nuove guerre. È il timore espresso da chi, in Iran, vede nel cambio di regime un rischio di caos incontrollabile.

La posizione più esigente — e più difficile — per la sinistra è dunque quella di tenere insieme due verità. La prima: l’intervento militare esterno è una scelta che moltiplica instabilità e sofferenza. La seconda: la Repubblica Islamica non è un baluardo anti-coloniale ma un sistema che per decenni ha represso oppositori, limitato libertà fondamentali, umiliato donne e dissidenti. Negare una di queste due verità per difendere l’altra significa semplificare una realtà tragicamente complessa.

Si può essere contro i bombardamenti e solidali con chi in Iran chiede un futuro diverso. Si può rifiutare la logica della guerra senza trasformarsi in avvocati del regime. Si può denunciare la violazione della sovranità statale e, nello stesso tempo, riconoscere che la sovranità non è uno scudo dietro cui nascondere la repressione interna.

Se la sinistra vuole restare fedele alla propria storia, non può scegliere quali diritti difendere in base alla collocazione geopolitica dei governi che li violano. La pace senza libertà è solo silenzio imposto. Ma la libertà senza pace rischia di nascere tra le macerie. Tenere insieme entrambe è la sfida vera, oggi, davanti a un Iran sospeso tra paura, speranza e un futuro ancora tutto da scrivere.

 

Condividi Post

Commenti (0)

Lascia un commento