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Salari, occupazione e produttività: la sfida di un nuovo patto sociale


Più lavoro non basta se il lavoro vale meno. Far crescere i salari senza salario minimo legale, puntando su contratti rinnovati, redistribuzione della produttività e un fisco che premi il lavoro

Il mercato del lavoro italiano continua a offrire segnali complessivamente positivi. L’occupazione cresce, i contratti a tempo indeterminato aumentano, il tasso di occupazione ha raggiunto livelli storicamente elevati e il divario con la media europea si è ridotto. È un dato che va riconosciuto, soprattutto in un Paese che per anni ha conosciuto stagnazione e disoccupazione. Ma questa dinamica non può nascondere il nodo centrale: il salario reale dei lavoratori italiani resta il grande assente della ripresa.

Tra il 2019 e il 2024 i salari reali sono diminuiti di circa otto punti percentuali, un dato pressoché unico in Europa. Non si è trattato di un fisiologico aggiustamento congiunturale, ma dell’effetto combinato di un ritorno improvviso dell’inflazione e di un sistema di contrattazione collettiva che, nel momento decisivo, non è riuscito a difendere il potere d’acquisto. I rinnovi contrattuali sono arrivati tardi e, quando sono arrivati, si sono limitati a inseguire un’inflazione ormai rientrata, lasciando irrecuperato il terreno perduto.

Questo fallimento pesa oggi più che mai, perché si innesta su una fase di transizione complessa. Gli investimenti del Pnrr hanno sostenuto crescita e occupazione, ma sono destinati a esaurirsi nel corso del 2026. All’orizzonte si profilano nuove pressioni: le tensioni geopolitiche, le scelte europee su difesa e sicurezza, l’invecchiamento della popolazione attiva, l’impatto dell’intelligenza artificiale sull’organizzazione del lavoro. In questo scenario, salari deboli significano consumi fragili, welfare sotto stress e minore capacità di sostenere il ricambio generazionale.

Da qui la necessità di un cambio di paradigma. La crescita dei salari non può essere affidata a scorciatoie né a interventi emergenziali. Né può essere risolta introducendo un salario minimo legale che rischierebbe di indebolire la contrattazione collettiva e di schiacciare verso il basso le dinamiche salariali nei settori più organizzati. La strada maestra resta un rafforzamento della contrattazione, pubblica e privata, inserita però in un quadro rinnovato di relazioni industriali.

Il primo pilastro è il rinnovo tempestivo dei contratti collettivi nazionali, a partire da quelli del settore pubblico. I contratti devono tornare a essere lo strumento ordinario di tutela del salario reale, con meccanismi che evitino ritardi pluriennali e consentano di affrontare gli shock inflattivi senza scaricare interamente i costi sui lavoratori. Difendere il potere d’acquisto non è un automatismo, ma una responsabilità contrattuale e politica.

Il secondo pilastro riguarda la produttività. Non come alibi per comprimere i salari, ma come risorsa da redistribuire. La produttività cresce quando aumentano competenze, innovazione, qualità dell’organizzazione del lavoro. È su questa base che una quota degli incrementi di valore aggiunto deve tornare ai lavoratori, soprattutto attraverso la contrattazione di secondo livello, aziendale e territoriale. Senza questo passaggio, la produttività resta un dato statistico ex post, privo di effetti concreti sulle buste paga.

Il terzo pilastro è fiscale. Ridurre il cuneo sul lavoro significa aumentare i salari netti senza compromettere la sostenibilità delle imprese. Interventi mirati — come la detassazione della tredicesima o del lavoro notturno e straordinario — possono rafforzare il reddito disponibile dei lavoratori senza smontare l’Irpef né trasformare lo Stato in un pagatore occulto dei rinnovi contrattuali. La leva fiscale deve accompagnare, non sostituire, la dinamica salariale contrattuale.

Il quarto pilastro è il nodo della rappresentanza. Senza una legge che certifichi chi rappresenta davvero lavoratori e imprese, i contratti pirata continueranno a erodere salari e diritti, soprattutto nei settori più deboli. Non è un tema ideologico, ma una condizione di funzionamento del sistema: salari più alti richiedono contratti più forti e soggetti negoziali riconosciuti.

Infine, serve un nuovo patto sociale. Non un ritorno a modelli del passato, ma un accordo consapevole tra governo, sindacati e imprese su poche priorità condivise: far crescere i salari attraverso i contratti, redistribuire la produttività, sostenere le transizioni demografiche e tecnologiche con investimenti sulle competenze, rafforzare il welfare senza sostituirlo al salario.

In questo quadro, il rifiuto del salario minimo legale non è una difesa corporativa, ma la scelta di puntare su strumenti più coerenti con il modello produttivo italiano: contrattazione collettiva, interventi legislativi mirati, accordi di secondo livello capaci di adattarsi alle realtà territoriali e settoriali.

La sfida è tutta qui. Senza salari che crescono in modo strutturale, la buona performance occupazionale rischia di essere effimera. Con un nuovo patto sociale, invece, il lavoro può tornare a essere il motore della crescita, della coesione e della sostenibilità del nostro sistema economico e sociale.

 

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