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Prostituzione e lavoro: il paradosso italiano tra tasse, diritti e dignità

Il caso dell’escort con codice Ateco riapre il dibattito: se lo Stato tassa la prostituzione, può davvero continuare a dire che non è un lavoro?

Il dibattito sulla prostituzione torna ciclicamente al centro della discussione pubblica, ma negli ultimi mesi un elemento nuovo ha riacceso la questione: il riconoscimento fiscale dell’attività di escort attraverso i nuovi codici Ateco del 2025.

Il caso emerso a Massa Carrara è emblematico. La Guardia di Finanza ha ricostruito redditi per oltre 200.000 euro nei confronti di una escort che per anni avrebbe svolto la propria attività senza dichiarare nulla al fisco. Grazie all’aggiornamento della classificazione Ateco, l’attività è stata inquadrata fiscalmente tra i “servizi di incontro ed eventi simili”, comprendendo accompagnatori, escort e organizzazione di servizi sessuali.

Questo ha permesso ai finanzieri di attribuire d’ufficio una partita IVA e di assoggettare a tassazione il reddito prodotto. In altre parole, secondo l’impostazione fiscale dello Stato, se un’attività genera reddito in modo abituale e professionale deve essere tassata, indipendentemente dal giudizio morale che si possa avere su di essa.

Per affrontare questa questione è necessario andare oltre gli slogan ideologici e osservare la realtà nelle sue diverse dimensioni: giuridica, sociale, economica e morale.

In Italia la prostituzione in sé non è reato. La legge Merlin del 1958 ha chiuso le case di tolleranza e ha abolito ogni forma di regolamentazione statale della prostituzione. Ciò significa che vendere prestazioni sessuali non è illegale, ma lo sono lo sfruttamento, il favoreggiamento e la gestione organizzata della prostituzione. Il sistema italiano, quindi, si colloca in una zona intermedia: non riconosce la prostituzione come lavoro, ma non criminalizza la persona che si prostituisce.

Negli ultimi anni, tuttavia, il dibattito si è riacceso. Alcuni sostengono che riconoscere la prostituzione come lavoro significherebbe garantire diritti, tutele sanitarie e previdenziali a chi la esercita. Secondo questa prospettiva, parlare di “sex work” permetterebbe di sottrarre molte persone alla clandestinità, riducendo lo sfruttamento e la violenza. Paesi come Germania e Paesi Bassi hanno scelto questa strada, regolamentando la prostituzione e inserendola nel sistema economico legale.

Ma questa visione incontra anche forti critiche. Molti studiosi, associazioni e movimenti femministi sostengono che la prostituzione non possa essere considerata un lavoro come gli altri perché implica la mercificazione del corpo e della sessualità. Secondo questa lettura, il problema non è solo giuridico ma antropologico: trasformare il corpo umano in merce rischia di alterare il significato stesso della dignità della persona.

C’è poi un elemento spesso trascurato nel dibattito teorico: la realtà concreta della prostituzione. In Europa una parte significativa delle persone che si prostituiscono è composta da donne migranti vittime di tratta o di condizioni economiche estremamente difficili. In questi casi parlare di “libera scelta” appare problematico. La prostituzione diventa spesso l’ultimo gradino di una catena di vulnerabilità fatta di povertà, debiti, ricatti e violenza.

Per questo alcuni Paesi hanno scelto un modello diverso, noto come “modello nordico”, adottato ad esempio in Svezia e in altri Stati del Nord Europa. In questo sistema non viene punita la persona che si prostituisce, considerata una vittima di un sistema di sfruttamento, ma il cliente che compra la prestazione sessuale. L’obiettivo è ridurre la domanda e offrire percorsi di uscita dalla prostituzione.

Il punto centrale, dunque, resta una domanda difficile: la prostituzione è davvero una scelta libera oppure è il prodotto di disuguaglianze sociali e economiche? Se fosse davvero una scelta pienamente libera e consapevole, il riconoscimento come lavoro potrebbe apparire coerente con una visione liberale della società. Ma se, come mostrano molti studi, la maggioranza delle persone coinvolte arriva alla prostituzione per necessità o costrizione indiretta, allora la questione cambia radicalmente.

In realtà la discussione sulla prostituzione non riguarda solo il lavoro, ma il tipo di società che vogliamo costruire. Una società nella quale tutto può essere trasformato in merce, oppure una società che riconosce alcuni ambiti della vita umana – come il corpo, la sessualità e le relazioni – come dimensioni che non possono essere completamente assorbite dalla logica del mercato.

Per questo motivo la prostituzione continua a essere uno dei temi più controversi del nostro tempo. Non basta una risposta ideologica, né in senso proibizionista né in senso liberista. Occorre piuttosto affrontare la questione con realismo, partendo dalla tutela delle persone più vulnerabili, dal contrasto allo sfruttamento e dalla promozione di condizioni sociali che rendano davvero libere le scelte delle persone.

Solo allora sarà possibile capire se parlare di prostituzione come lavoro sia una forma di tutela o, invece, il segno di una società che ha smesso di interrogarsi sui confini della dignità umana.

 

 

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