Populismo, giustizialismo e post-verità: l’eco di Mani Pulite nel presente
Dalla stagione di Tangentopoli all’era dei social, la crisi della politica si ripresenta con nuovi linguaggi ma identiche dinamiche di sfiducia e delegittimazione
C’è un filo che lega l’Italia dei primi anni Novanta a quella di oggi. Un filo fatto di rabbia, di disillusione, di ricerca di giustizia che spesso si trasforma in giustizialismo, e di una progressiva delegittimazione della politica. Allora si chiamava Mani Pulite, oggi si chiama anti-casta, anti-politica, ma la sostanza sembra sorprendentemente simile.
La stagione di Tangentopoli rappresentò uno spartiacque profondo nella storia repubblicana. Di fronte a un sistema politico travolto dagli scandali, l’azione della magistratura assunse un ruolo centrale, diventando non solo strumento di accertamento dei reati, ma anche, agli occhi dell’opinione pubblica, veicolo di riscatto morale. In quel contesto si affermò una narrazione semplificata: da una parte i “colpevoli”, dall’altra i “giusti”. Una narrazione potente, capace di mobilitare consenso, ma anche di ridurre la complessità della realtà a uno schema binario.
È in questo passaggio che il giustizialismo trova terreno fertile. Quando la giustizia smette di essere percepita come un sistema di garanzie e diventa invece uno strumento di redenzione collettiva, il rischio è quello di scivolare verso una cultura in cui l’indagato è già colpevole e il processo è già celebrato nelle piazze mediatiche. Il diritto cede il passo all’emotività, e la presunzione di innocenza diventa un dettaglio sacrificabile.
Oggi, a distanza di oltre trent’anni, quel clima sembra riemergere, ma con caratteristiche nuove e forse ancora più insidiose. Se negli anni Novanta la spinta veniva principalmente dai media tradizionali, oggi è la rete a dettare i tempi e i toni del dibattito pubblico. I social network amplificano ogni notizia, semplificano i contenuti, polarizzano le opinioni. La complessità non trova spazio, mentre slogan e indignazione diventano la moneta corrente.
In questo contesto, il populismo contemporaneo si nutre di tre elementi fondamentali: l’anti-casta, l’anti-politica e la post-verità. L’anti-casta ripropone, in forme aggiornate, l’idea che esista una classe dirigente separata e parassitaria, responsabile di ogni male. L’anti-politica, invece, delegittima in radice il ruolo delle istituzioni rappresentative, viste come inutili o addirittura dannose. Infine, la post-verità dissolve il confine tra fatti e opinioni, rendendo irrilevante la verifica delle informazioni.
Il risultato è una miscela esplosiva. Da un lato cresce la domanda di “giustizia”, spesso intesa come punizione esemplare e immediata; dall’altro si indeboliscono le basi stesse dello Stato di diritto. Il processo diventa spettacolo, la reputazione viene distrutta in poche ore, e il confine tra accusa e condanna si assottiglia fino a scomparire.
Non si tratta di negare i problemi reali che attraversano la società italiana, né di difendere acriticamente la politica o le istituzioni. La corruzione esiste, le inefficienze sono evidenti, e la distanza tra cittadini e classe dirigente è un dato di fatto. Ma la risposta non può essere la semplificazione populista né il ricorso a un giustizialismo che finisce per erodere le garanzie fondamentali.
La lezione di Mani Pulite, se riletta oggi con maggiore lucidità, dovrebbe insegnarci proprio questo: che la lotta alla corruzione non può trasformarsi in una delega totale alla magistratura, né in una narrazione che riduce tutto a uno scontro tra buoni e cattivi. Una democrazia matura ha bisogno di equilibrio, di separazione dei poteri, di rispetto delle regole, anche quando queste sembrano lente o imperfette.
E invece, ancora una volta, sembra prevalere la tentazione di scorciatoie emotive. La politica fatica a recuperare credibilità, mentre il discorso pubblico si radicalizza sempre di più. In questo scenario, il rischio non è solo quello di ripetere gli errori del passato, ma di amplificarli, in un contesto in cui la velocità della comunicazione rende tutto più immediato e meno controllabile.
Recuperare un rapporto sano tra giustizia, politica e opinione pubblica è forse la sfida più urgente del nostro tempo. Significa restituire centralità ai fatti, ricostruire fiducia nelle istituzioni, e soprattutto accettare la complessità come elemento inevitabile della vita democratica. Perché ogni volta che la realtà viene ridotta a slogan, la democrazia perde un pezzo di sé.
Commenti (0)