Più carceri o più diritti? Il falso dilemma che nasconde il vero nodo della pena
Edilizia penitenziaria, lavoro e studio: senza spazi e persone la rieducazione resta uno slogan
A tredici anni dalla condanna dell’Italia da parte della Corte europea dei diritti dell’uomo per trattamenti “disumani e degradanti” legati al sovraffollamento carcerario, la realtà delle nostre prigioni è tornata pericolosamente indietro. Oggi i detenuti sono circa 64 mila a fronte di poco più di 47 mila posti effettivi: un tasso di affollamento che supera il 135 per cento e che ripropone una ferita mai davvero rimarginata. Mancano all’appello circa 17 mila posti, quasi il doppio di quelli che il Piano carceri varato dal ministro Nordio promette di creare o recuperare entro il 2027.
Non è solo una questione di numeri. È una questione di civiltà giuridica. Gli 80 suicidi registrati nel 2025 e i continui risarcimenti imposti allo Stato per violazione dell’articolo 3 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo raccontano un sistema che, in molte realtà, non riesce a garantire condizioni minime di umanità. Celle sovraffollate e spazi compressi rendono impraticabili le attività trattamentali, aggravando un quadro già segnato dalla carenza di educatori, psicologi, medici, assistenti sociali e mediatori culturali.
Eppure il parametro costituzionale è chiarissimo. L’articolo 27 afferma che le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato. Ma senza spazi, senza personale e senza progettualità, la rieducazione resta una formula rituale. Le denunce puntuali dell’Associazione Antigone hanno da anni il merito di tenere accesi i riflettori su questa contraddizione. Meno persuasiva appare, invece, l’opposizione pregiudiziale a qualsiasi ampliamento degli spazi detentivi, come se l’edilizia carceraria fosse di per sé incompatibile con una visione garantista.
Qui si annida un falso dilemma: meno carcere uguale più diritti. In realtà il carcere svolge anche una funzione di protezione della società, rendendo temporaneamente impossibile la commissione di nuovi reati da parte di chi ne ha già commessi di gravi. Non esiste una prova definitiva che i danni dell’incarcerazione superino sempre i benefici immediati in termini di sicurezza, soprattutto se il confronto avviene non con l’attuale sistema sovraffollato e criminogeno, ma con un modello riformato, conforme alla Costituzione.
Anche il confronto internazionale invita alla prudenza. L’Italia, con circa 106 detenuti ogni 100 mila abitanti, resta sotto la media europea ed è al di sotto di Paesi come Francia, Regno Unito o Spagna. Nei Paesi spesso citati come modello di mitezza penale, a basso tasso di incarcerazione, molti reati risultano più diffusi che da noi. Non è una dimostrazione definitiva, ma è sufficiente a incrinare l’idea che la decarcerazione, da sola, sia la risposta.
Il punto decisivo, però, è un altro e viene troppo spesso rimosso dal dibattito: il lavoro e lo studio in carcere. Oggi meno di un terzo dei detenuti svolge un’attività lavorativa, e solo una minoranza lo fa alle dipendenze di soggetti esterni all’amministrazione penitenziaria. Il lavoro è spesso saltuario, povero di contenuti professionali, incapace di costruire competenze spendibili fuori. Ancora più limitato è l’accesso allo studio: alfabetizzazione e scuola dell’obbligo funzionano a macchia di leopardo, la formazione professionale è insufficiente, l’università resta un’opportunità per pochi.
Eppure lavoro e studio non sono un optional. Sono il cuore della funzione rieducativa della pena. I dati sulla recidiva mostrano che chi lavora o studia in carcere ha molte meno probabilità di tornare a delinquere una volta libero. Senza competenze, senza disciplina professionale, senza un orizzonte di futuro, la detenzione diventa una parentesi vuota, destinata a richiudersi sul reato. È qui che il paradosso esplode: si invoca la riduzione del carcere in nome della rieducazione, ma si accetta che le carceri esistenti siano luoghi dove rieducare è materialmente impossibile.
Ancora una volta, il tema degli spazi torna centrale. Non si possono fare lavoro e formazione in istituti sovraffollati. Non si aprono laboratori, officine, aule, biblioteche senza metri quadrati adeguati e senza personale educativo stabile. L’edilizia carceraria, allora, non è l’antitesi della rieducazione, ma una sua condizione materiale. Così come lo sono gli investimenti in educatori, formatori, tutor del lavoro, e nelle connessioni con imprese, cooperative e università del territorio.
Il lavoro in carcere è anche un fattore di sicurezza collettiva: riduce la recidiva, restituisce dignità al tempo della pena, crea ponti con la società libera. Lo studio è un investimento pubblico sulla legalità futura. Senza questi strumenti, le misure alternative diventano fragili, affidate al caso più che a un percorso solido.
Alla fine, la domanda non è se servano più o meno carceri, ma che tipo di carceri vogliamo. Strutture sovraffollate e disumane, che producono esclusione e recidiva, o istituti finalmente compatibili con la Costituzione, capaci di garantire sicurezza e dignità insieme. Continuare a opporsi per principio a ogni piano di superamento del sovraffollamento significa accettare l’illegalità come normalità. Prendere sul serio il lavoro e lo studio in carcere, invece, significa dare sostanza all’articolo 27 e smettere di usare la rieducazione come alibi retorico.
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