Nessuno può usare Dio per giustificare la guerra
Dalla Terra Santa alle parole dei leader globali, quando il nome di Dio viene piegato al conflitto si consuma una pericolosa distorsione della fede
C’è qualcosa di profondamente dissonante, quasi scandaloso, nel pensare che proprio a Gerusalemme – la città santa per eccellenza – venga impedito a un cardinale di celebrare la Domenica delle Palme nel luogo più simbolico della cristianità. Il divieto imposto al cardinale Pierbattista Pizzaballa non è soltanto un fatto religioso o diplomatico: è il segno visibile di una frattura più profonda, quella tra la fede e la sua strumentalizzazione.
La Domenica delle Palme ricorda l’ingresso disarmato di Cristo a Gerusalemme. Un gesto che rovescia ogni logica di potere: niente armi, niente forza, niente dominio. Solo pace. Solo mitezza. È il contrario esatto di ogni guerra.
Eppure, oggi, non solo nei luoghi santi ma anche nel linguaggio della politica globale, torna con forza una tentazione antica: quella di usare Dio per legittimare il conflitto.
Non è raro sentire leader politici evocare una sorta di investitura divina. Lo stesso Donald Trump, nel corso degli anni, è stato presentato da alcuni suoi sostenitori e membri del suo entourage come “mandato da Dio” o scelto per una missione provvidenziale. Espressioni che, seppur spesso collocate nel registro della retorica politica o religiosa, diventano problematiche quando si intrecciano con scenari di guerra o con la legittimazione di scelte che riguardano la vita e la morte delle persone.
Quando Dio viene evocato come garante di una parte, quando si insinua che una linea politica, un’azione militare o una strategia internazionale siano “volute da Dio”, si compie un salto pericoloso. Si passa dalla fede alla sua manipolazione.
La storia lo insegna con durezza: ogni volta che Dio è stato chiamato a giustificare la guerra, la guerra è diventata più feroce, perché rivestita di una presunta legittimità morale assoluta. Non più una scelta tragica e umana, ma qualcosa di inevitabile, quasi sacro.
Il gesto di impedire a un pastore di celebrare la Domenica delle Palme nel cuore della cristianità assume allora un significato ancora più forte. Da un lato si limita l’espressione concreta della fede; dall’altro, nel mondo, quella stessa fede rischia di essere utilizzata come strumento di potere.
È una contraddizione che interpella tutti, credenti e non credenti. Perché riguarda il modo in cui il sacro entra nello spazio pubblico.
Dire che nessuno può usare Dio per giustificare la guerra significa riaffermare un principio fondamentale: Dio non è proprietà di nessuno. Non appartiene a una nazione, a un esercito, a un leader. Non può essere arruolato.
La fede autentica, se prende sul serio il Vangelo, è sempre disarmata. Sta dalla parte della pace, anche quando la pace sembra impossibile. Sta dalla parte dell’uomo, non contro altri uomini.
Gerusalemme continua a ricordarcelo, anche nelle sue ferite. E forse proprio oggi, mentre si alzano muri e si moltiplicano le parole che dividono, diventa ancora più urgente vigilare sul linguaggio.
Perché le parole contano. E quando si pronuncia il nome di Dio per giustificare la guerra, si rischia di tradire non solo la fede, ma l’umanità stessa.
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