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Mamdani e la sinistra italiana: quando il radicalismo diventa scorciatoia e rischio di populismo

Il caso Mamdani e la sinistra italiana: quando la spinta radicale diventa scorciatoia populista e mina la credibilità riformista


L’elezione di Zohran Mamdani a New York illumina un fenomeno che non riguarda solo gli Stati Uniti. Il suo programma radicale, costruito su misure immediatamente percepibili — autobus gratuiti, congelamento degli affitti, servizi universali, fiscalità aggressiva sui più ricchi — intercetta la stessa tensione sociale che anima oggi una parte del campo progressista italiano. In entrambi i casi, l’idea è che una risposta forte, semplice e identitaria possa ricomporre la frattura con i ceti popolari. Il rischio è che questa scorciatoia si trasformi in populismo di sinistra, speculare a quello che ha alimentato il consenso di Trump e, in Italia, della destra sovranista.

La sinistra italiana — in forme diverse, dal PD al M5S— oscilla da anni tra due tentazioni: la gestione responsabile del governo e la promessa di soluzioni radicali che eludono la complessità. È il risultato di una perdita di radicamento sociale e di una difficoltà a parlare ai lavoratori, alle periferie, ai giovani precari. Un vuoto che viene colmato con proposte che funzionano sul piano narrativo più che su quello operativo.

Si pensi all’inflazione di promesse simboliche: salario minimo sganciato dalla realtà contrattuale, stop generalizzato alle grandi opere indipendentemente dalle valutazioni costi-benefici, espansioni della spesa pubblica senza un ancoraggio ai vincoli europei, battaglie su diritti importanti ma scollegate da una piattaforma economico-sociale coerente. È una sinistra che rincorre un’identità più che costruirla, come se il radicalismo fosse un surrogato della rappresentanza perduta.

New York sceglie Mamdani perché propone un’agenda che incarna un’idea forte: redistribuire, investire sui servizi, ridurre le disuguaglianze. Ma lo fa in un contesto dove molti dei suoi punti — dalla fiscalità agli alloggi — sfiorano il limite della fattibilità amministrativa. La sua promessa rischia di restare schiacciata tra vincoli istituzionali, fuga dei capitali, opposizione federale, resistenze dei media e dei poteri economici.

La sinistra italiana vive un problema simile: offre risposte considerate “di rottura” ma senza disporre né degli strumenti, né della forza politica, né della coalizione sociale necessaria per attuarle. È un massimalismo dichiarativo che non costruisce consenso ma lo consuma, perché alimenta attese che non possono essere soddisfatte. Il risultato è una spirale di disillusione.

L’aspetto più preoccupante è che progressisti e sovranisti — negli USA come in Italia — stanno facendo leva sullo stesso humus: la percezione di esclusione, insicurezza economica, sfiducia verso le élite. Mamdani e Trump parlano ai “dimenticati”, ma lo fanno con strumenti opposti: uno con la promessa della giustizia sociale, l’altro con quella della rivolta anti-sistema.

In Italia, PD, AVS, M5S sino a Potere al popolo, rischiano di replicare questa dinamica. Quando il PD si sposta su posizioni di identità estrema per inseguire il Movimento, e quando il Movimento si radicalizza per distinguersi dal PD, si produce un effetto specchio: il campo progressista adotta linguaggi e toni da opposizione permanente, regalando alla destra l’intero terreno della governabilità. La sinistra diventa così, anche senza volerlo, un fattore di instabilità narrativa: protesta molto, costruisce poco.

Il massimalismo — negli USA come in Italia — nasce da un bisogno reale: recuperare fiducia, rappresentare chi si sente lasciato indietro, ricostruire mobilitazione dal basso. Ma quando scivola nella promessa facile e nella contrapposizione identitaria, diventa populismo. E il populismo, anche se di sinistra, finisce per indebolire la credibilità riformista e la capacità di governo.

La sfida è trovare una terza via: radicalità nei fini (ridurre disuguaglianze, allargare diritti, rafforzare i servizi), pragmatismo nei mezzi (fattibilità economica, gestione delle alleanze, costruzione di consenso ampio). La sinistra italiana ha smarrito questo equilibrio; quella americana prova ora a ritrovarlo attraverso esperimenti come Mamdani, ma senza alcuna garanzia di successo.

Sia a New York che in Italia il rischio è lo stesso: confondere il radicalismo per coraggio politico e la semplificazione per capacità di ascolto. Le società complesse chiedono soluzioni complesse, non slogan più forti. Se la sinistra — qui e oltre oceano — non recupera capacità di governo, visione riformista e radicamento sociale, sarà destinata a oscillare tra fiammate populiste e lunghe stagioni di irrilevanza.

 

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