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Lavoro povero e sfruttamento nell’economia delle piattaforme

Quando l’algoritmo diventa caporale e la povertà è incorporata nel modello di business


L’inchiesta della Procura di Milano su Glovo e sulla sua controllata Foodinho non riguarda soltanto una grande piattaforma del food delivery. È una radiografia impietosa del lavoro povero nell’economia digitale, di un sistema che trasforma lo stato di bisogno in leva produttiva e l’innovazione tecnologica in strumento di sfruttamento.

Secondo l’accusa, migliaia di rider formalmente autonomi sono in realtà lavoratori subordinati di fatto, eterodiretti digitalmente: turni decisi dall’algoritmo, geolocalizzazione continua, penalizzazioni in caso di ritardo, compensi determinati unilateralmente. Una subordinazione senza contratto, una dipendenza senza tutele. Il risultato è che il lavoro viene pagato fino all’81% in meno rispetto alla contrattazione collettiva e fino al 76% sotto la soglia di povertà, parametrata su indicatori ufficiali come quelli dell’ISTAT.


Il cuore dell’inchiesta è il riconoscimento di una forma aggiornata di caporalato. Non più il caporale nei campi, ma l’algoritmo che assegna consegne, misura tempi, controlla spostamenti e decide chi lavora e chi resta fermo. Il tutto scaricando sui lavoratori ogni costo: biciclette ed e-bike acquistate di tasca propria, manutenzione, batterie, rischi di furti e incidenti.

Le testimonianze raccolte parlano di compensi medi di 2 euro e 50 centesimi a consegna, 10-15 consegne al giorno (talvolta molte di più), fino a dodici ore di connessione quotidiana. Chilometri macinati, corpi consumati, redditi netti che restano sotto la soglia di povertà. È il paradosso del lavoro che c’è ma non basta a vivere: il lavoro povero come esito strutturale, non come eccezione.


Gran parte dei rider coinvolti proviene da Pakistan, Bangladesh, Nigeria. Permessi di soggiorno precari, scarsa forza contrattuale, paura di perdere l’unica fonte di reddito. La piattaforma non crea soltanto un mercato del lavoro flessibile: crea un bacino di lavoratori ricattabili. La precarietà giuridica diventa precarietà sociale, e questa si traduce in accettazione di condizioni che altrimenti sarebbero inaccettabili.

In questo quadro si inserisce un elemento inquietante: la gestione dei dati. L’assenza – o la cancellazione – degli archivi sui turni rende quasi impossibile per i rider dimostrare in tribunale l’esistenza di un rapporto di lavoro subordinato. Senza dati non c’è prova, senza prova non c’è diritto. Anche qui, la tecnologia non è neutra: è parte integrante del rapporto di forza.


Il mercato delle consegne a domicilio vale quasi 5 miliardi di euro l’anno. Su uno scontrino medio, circa il 30% finisce alla piattaforma. Di quella quota, solo una parte minima va al lavoratore che materialmente effettua la consegna; il resto copre marketing, gestione e margini. È una catena del valore in cui il rischio è tutto in basso e il profitto sale verso l’alto.

Non è un caso che, dopo indagini analoghe, decine di società abbiano internalizzato oltre 52 mila lavoratori e versato più di un miliardo di euro tra imposte e contributi, secondo i dati INPS. Quando la legalità viene applicata, il modello cambia. Segno che non si tratta di inevitabilità economica, ma di scelte precise.


L’inchiesta su Glovo e Foodinho parla a tutto il Paese. Interroga l’idea stessa di lavoro nell’era digitale: può l’innovazione fondarsi sulla sistematica compressione dei diritti? Può un’economia dirsi moderna se produce occupazione strutturalmente povera? Il lavoro povero non è un incidente del sistema, è il prodotto di regole sbagliate – o non applicate – e di un conflitto redistributivo risolto sempre a sfavore di chi lavora.


Rimettere al centro il lavoro significa riconoscere che dietro ogni app c’è una persona, dietro ogni consegna un corpo, dietro ogni algoritmo una responsabilità. Senza questo passaggio, la gig economy rischia di restare una fabbrica di disuguaglianze ben confezionata, efficiente, digitale. E profondamente ingiusta.

 

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