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L’applauso che cambia la Chiesa. Tra sinodo, corresponsabilità e leadership femminile: è tempo di cuocere il pane


Dalla III Assemblea del Cammino sinodale italiano emerge una Chiesa più matura, più plurale e più coraggiosa. Ma ora, dopo quattro anni di ascolto, discernimento e confronto, è il momento delle scelte: soprattutto sul ruolo delle donne, sul modello di comunità e sull’esercizio dell’autorità.


C’è un’immagine che resta impressa più delle altre: l’applauso intenso, caldo, prolungato che attraversa la sala dell’Hotel Ergife quando il cardinale Matteo Zuppi annuncia l’esito delle votazioni finali. Non un gesto rituale, non un automatismo d’aula: un respiro collettivo, di quelli che nascono da lontano, dal lavoro di migliaia di persone che per quattro anni hanno camminato insieme, ascoltato, discusso, accolto lo Spirito e le differenze.


Un applauso sinodale, appunto. Il segno di un popolo che ha preso sul serio la domanda più radicale: come essere Chiesa oggi?


Zuppi lo ha detto chiaramente: è stato un «cammino faticoso ma entusiasmante». Perché mettersi in discussione non è mai comodo, e tanto meno lo è per un’istituzione millenaria. Ma questo Sinodo – con i suoi 50.000 gruppi, la sua trama di relazioni nuove, i suoi momenti di confronto accesi – ha rimesso al centro l’essenziale: la missione, la comunione, la vita reale delle comunità.


Il lavoro preparatorio è stato imponente. Nessuna delle oltre cento proposte ha ottenuto meno del 75% dei consensi; molte hanno superato soglie quasi plebiscitarie. Non è poco, in tempi che ovunque raccontano polarizzazioni, sospetti, rotture.

E proprio per questo la soddisfazione finale, l’applauso, ha il sapore del «noi» maturo di cui ha parlato mons. Erio Castellucci: una mediazione che non è compromesso al ribasso, ma un salto in avanti, un discernimento ecclesiale che apre strade nuove.


Il Documento di sintesi lo dice fin dal titolo: Tempo del lievito, tempo del pane. E usa una parabola che non è soltanto simbolica: quella del lievito messo da una donna nella farina. Un gesto semplice, nascosto, paziente. Un gesto femminile, e non per caso.

Perché uno dei frutti più evidenti – e forse più attesi – del Cammino sinodale è proprio la consapevolezza nuova sulla soggettualità delle donne nella Chiesa italiana. Non un tema accessorio, non una rivendicazione sociologica, ma un punto teologico, ecclesiale, evangelico.


Nel Sinodo le donne sono state la maggioranza dei partecipanti. Hanno parlato, discusso, portato competenze, desideri, ferite. Hanno fatto fermentare la massa: prima nella fase narrativa, poi nei Cantieri di Betania, infine nella fase sapienziale e profetica.

E oggi quel lievito è arrivato a maturazione.


Il n. 71 del Documento di sintesi – quello più votato, più discusso, più simbolico – parla chiaramente: una Chiesa «di donne e uomini insieme», corresponsabili nella missione e nella guida. Non si tratta solo di “presenza”, ma di responsabilità reale, di ruoli di discernimento e orientamento, di autorità pastorale.

Molti passi sono ormai irrinunciabili:

  • l’accesso delle donne ai ministeri istituiti;
  • la loro presenza nelle équipe e negli organismi di partecipazione;
  • la guida di uffici e percorsi formativi;
  • la ricerca seria sul diaconato femminile, che pure resta il punto più controverso, con il 23% di contrari;
  • un tavolo permanente di studio sull’apporto delle donne;
  • la promozione della parità di genere nei ruoli di responsabilità, votata dal 91% dei delegati.


Resistenze ce ne sono ancora, evidenti o sotterranee: paure, stereotipi non discussi, visioni androcentriche radicate. Ma il processo è innescato, lento ma inesorabile. La pasta è già lievitata: ora si tratta di capire quando “il forno è pronto”.


Il Sinodo ha toccato anche un nodo che per troppo tempo è stato lasciato ai margini: quello del potere. Chi decide nella Chiesa? Come? Con quali forme di autorità? Che spazio di parola reale esiste per i laici? E per le laiche?


Papa Leone XIV, nella sua omelia di chiusura del Giubileo delle équipe sinodali, è stato esplicito: bisogna costruire una Chiesa «tutta sinodale, tutta ministeriale, tutta protesa al servizio del mondo». È un cambio di paradigma: non un’aggiunta, non un lifting istituzionale, ma una conversione strutturale.

Perché la sinodalità non è un metodo. È uno stile. E uno stile cambia tutto: il modo di essere comunità, di prendere decisioni, di formare i preti, di ascoltare il popolo, di leggere i segni dei tempi.


Ora la parola passa ai vescovi. Saranno loro, a novembre, a tradurre le 124 proposizioni in priorità pastorali. Saranno loro a dire se davvero “il tempo della cottura” è arrivato, oppure se la Chiesa italiana preferirà aspettare ancora, rimandare, diluire.


Ma questa volta il popolo di Dio – donne e uomini, giovani e anziani, parroci e laici – ha già fatto la sua parte: ha parlato, con libertà e parresia. Ha votato. Ha mostrato che una Chiesa diversa non solo è possibile, ma è già in atto.


Alla fine resta un’immagine semplice: il pane. Lo si prepara insieme, lo si lascia riposare, lo si cuoce nel momento giusto. E poi si spezza, si condivide.


Il Cammino sinodale ha già messo il lievito nella farina. La pasta cresce. Il profumo del pane comincia a sentirsi.

Ora il rischio più grande sarebbe fermarsi, temere il cambiamento, lasciare tutto com’è.


Ma il Vangelo – e il Sinodo che lo ha ascoltato – dice altro: “Abbiamo deciso, lo Spirito Santo e noi”.

E forse, per la prima volta da molto tempo, quelle parole non suonano come una formula. Suonano come un impegno. Suonano come una promessa. Suonano come una chiamata al coraggio.

Perché è davvero il tempo di cuocere il pane. E di offrirlo al mondo.

 

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