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La trave nell’occhio. Che fare contro l’odio politico?

Parole, democrazia e riconciliazione in un tempo che disimpara a convivere


C’è una trave nell’occhio del nostro tempo. Una trave pesante, ostinata, che offusca la vista e ottunde la coscienza: è l’odio politico. Non un’emozione passeggera, ma un veleno strutturale che si è fatto linguaggio pubblico, stile comunicativo, strategia di potere. È la trave che ci impedisce di vedere l’altro come un avversario legittimo, trasformandolo in nemico da ridicolizzare, delegittimare, cancellare.


Lo dimostra l’omicidio di Charlie Kirk, attivista conservatore statunitense, assassinato per mano di chi non sopportava la sua voce.


Non è solo un fatto di cronaca nera, è un sintomo grave di una democrazia che smette di respirare. La tragedia di Kirk – come già altre in passato – non riguarda la sua parte politica, ma la nostra capacità collettiva di accettare la differenza, di sostenere il conflitto senza trasformarlo in guerra, di considerare la libertà di espressione come bene comune e non come licenza d’odio.


Come ha ricordato Bernie Sanders, figura storica della sinistra americana e tra i più distanti ideologicamente da Kirk, la democrazia vive soltanto se chi la abita può parlare, agire, organizzarsi senza la paura di essere colpito. È proprio questo lo spartiacque. Il confine tra una società aperta e una società ostile non sta nella presenza o meno di divisioni – che sono sane – ma nella possibilità di viverle senza il ricatto della violenza e dell’umiliazione. Walter Veltroni, in un articolo che merita attenzione, ha parlato di nuova barbarie, una barbarie medievale e tecnologica al tempo stesso, che incendia le parole, alimenta la vendetta, legittima il disprezzo. Una barbarie che cresce anche per colpa di chi ha responsabilità e non disinnesca, anzi soffia sul fuoco per calcolo. Perché il disprezzo, oggi, porta consenso, clic, potere. Perché l’indignazione è più contagiosa della pazienza.


Ma da dove nasce tutto questo odio? Perché cresce indisturbato? E, soprattutto, cosa possiamo fare per non lasciarcene travolgere?


Sant’Agostino, commentando il Vangelo, distingue con lucidità tra la collera – che può nascere anche dall’amore – e l’odio, che è sempre omicida. L’ira, dice, è una pagliuzza nell’occhio; l’odio è una trave. La prima può anche scuotere, correggere, chiamare alla verità; il secondo uccide, prima di tutto chi lo porta dentro. Chi odia fa male a sé stesso più che all’altro, perché avvelena la propria anima, spegne la luce dello sguardo, si rende incapace di vedere il fratello. L’odio politico, allora, non è solo una degenerazione del linguaggio. È una regressione della civiltà. È la negazione della possibilità stessa di convivere nella differenza. È la sconfitta dell’intelligenza, della dignità, della responsabilità.


Eppure non è inevitabile. Non tutto è perduto.


Se è vero che l’odio si alimenta nelle parole, nelle scelte, nei comportamenti quotidiani, è lì che possiamo cominciare a contrastarlo. Innanzitutto riconoscendolo per quello che è: un fallimento interiore, un corto circuito emotivo e culturale che si trasforma in rancore sistemico. Riconoscendo che la critica è cosa diversa dal disprezzo, che si può contestare senza insultare, che il dissenso non richiede mai la disumanizzazione dell’altro.


Serve una nuova educazione alla politica intesa non come guerra permanente ma come spazio di confronto, di ascolto, di servizio. Una politica fatta di parole che costruiscono, non che incendiano. Una politica che non applaude chi grida di più, ma chi cerca con pazienza di tenere insieme. E serve anche, con coerenza, denunciare l’odio anche quando viene dai “nostri”, anche quando ci fa comodo, anche quando ci sembra giustificato.


Ma l’antidoto più profondo all’odio è il perdono, la correzione fraterna, la capacità di tornare a parlarsi. Il Vangelo è chiarissimo: se tuo fratello ha peccato contro di te, va’ e riprendilo da solo, con rispetto, con amore, per la sua salvezza e non per il tuo orgoglio.

La democrazia ha bisogno di questo stile, ha bisogno di perdonarsi, di ricucire, di recuperare chi sbaglia. Ha bisogno di distinguere tra errore e colpa, tra responsabilità e malafede. Ha bisogno di umanità, non di vendette.


Non possiamo smettere di credere nel dialogo, anche quando sembra impossibile. Non possiamo cedere alla tentazione del “così va il mondo”. Perché il mondo può anche cambiare. Anzi: il mondo cambia proprio quando qualcuno, senza fare rumore, sceglie un’altra strada.


Ci sono milioni di persone che rifiutano l’odio, che scelgono la mitezza, che costruiscono relazioni invece di erigere muri. Sono la vera speranza della democrazia. Sono i custodi silenziosi del bene comune.


L’odio sembra forte perché fa rumore. Ma la forza vera sta in chi disarma il cuore. Anche la politica è un altare. E non possiamo portare lì le nostre idee se prima non siamo disposti a riconciliarci con il fratello che abbiamo offeso, ignorato, odiato. Solo così potremo finalmente togliere la trave dall’occhio. E tornare a vedere.
 

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