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Il valore degli immigrati per l’economia italiana: numeri, realtà e responsabilità etica

La società italiana ha bisogno del contributo dei migranti. Lo dicono i dati, lo ricorda la Chiesa.

Nel dibattito pubblico italiano sull’immigrazione domina spesso la retorica del timore e dell’allarme. Eppure, i dati reali raccontano una storia diversa. Secondo l’ultimo Rapporto Inps (luglio 2025), tra il 2019 e il 2024 i lavoratori assicurati in Italia sono aumentati di circa 1,5 milioni: la metà sono cittadini extracomunitari. Gli immigrati contribuiscono in modo determinante all’incremento dell’occupazione, alla crescita del gettito contributivo e alla sostenibilità del sistema previdenziale.

Sono numeri che parlano da soli: l’occupazione degli stranieri è cresciuta del 28,8% in cinque anni, contro il 5,9% totale. Nei settori come l’edilizia (27,3%), la ristorazione (25,8%), il comparto tessile (23,8%) e i servizi domestici e agricoli, la loro presenza è spesso strutturale. Non si tratta, dunque, di emergenze da gestire, ma di risorse umane già pienamente inserite nel tessuto economico.

Il Rapporto Inps smentisce anche la narrazione secondo cui “gli immigrati rubano il lavoro agli italiani”. Al contrario, “una maggiore presenza di immigrati induce uno spostamento dei lavoratori nativi verso mansioni meno routinarie e più cognitive, soprattutto per i lavoratori non qualificati”. Si assiste a una redistribuzione delle competenze, non a una competizione dannosa.

E tuttavia, questa realtà è ancora spesso negata o ignorata nel dibattito politico. La Ragioneria dello Stato prevede che per mantenere in equilibrio il sistema pensionistico saranno necessari 165 mila ingressi netti all’anno per i prossimi cinquant’anni. Senza questo apporto, sarà impossibile garantire le pensioni future. Come ha osservato l’economista Tito Boeri, “l’immigrazione non è una minaccia, ma una condizione necessaria per la tenuta del nostro welfare”.

In questo scenario, la voce della Chiesa cattolica si distingue da anni per chiarezza evangelica e coerenza sociale. Papa Francesco ha ricordato che “ogni migrante è una persona umana che, prima ancora che essere un migrante, è un essere umano” (Messaggio per la Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato, 2019). E ha denunciato apertamente le strumentalizzazioni ideologiche: “La migrazione forzata non è mai una scelta libera. È il grido di chi fugge da guerre, fame, persecuzioni” (Discorso al Corpo Diplomatico, 10 gennaio 2022).

Nel Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa si afferma con chiarezza:

“L'immigrato deve essere rispettato nella sua dignità e sostenuto nei suoi diritti fondamentali” (n. 298), e ancora:
“Il contributo che i lavoratori immigrati danno allo sviluppo economico e sociale deve essere riconosciuto da tutti” (n. 297).

La Caritas Italiana e la Fondazione Migrantes, con i loro rapporti annuali, evidenziano da anni il contributo sociale dei migranti, non solo come lavoratori ma anche come cittadini, genitori, studenti, membri delle comunità locali. Il Rapporto Immigrazione 2023 rilevava che il tasso di natalità tra le famiglie straniere contribuisce a rallentare il declino demografico del Paese: le donne straniere hanno un tasso di fecondità di 1,79 figli per donna, contro 1,14 delle italiane.

La Conferenza Episcopale Italiana (CEI) ha affermato in un recente documento pastorale:

“Non si tratta solo di accogliere, ma di costruire insieme una società nuova, in cui le differenze non siano motivo di paura ma di crescita reciproca” (CEI, Comunità accoglienti: generare futuro, 2018).

Tuttavia, a fronte di questi impegni e di queste evidenze, le scelte politiche attuali mostrano forti contraddizioni. Mentre il governo italiano autorizza flussi di lavoratori regolari per oltre 450 mila persone nei prossimi anni, si restringono i canali umanitari e si colpiscono i diritti di richiedenti asilo e minori non accompagnati. Le recenti politiche, come l’accordo con l’Albania per l’esternalizzazione delle procedure d’asilo, sono espressione di un approccio emergenziale che privilegia la deterrenza alla giustizia, la paura al diritto.

Come denunciò Papa Francesco:

“Le migrazioni, più che essere un’emergenza, sono un segno dei tempi. Vanno affrontate con solidarietà e responsabilità condivisa” (Enciclica Fratelli tutti, n. 129).
E ancora:
“Chi alza muri, finirà per essere prigioniero dei muri che ha costruito” (Angelus, 19 novembre 2017).

Proprio dal mondo ecclesiale arriva spesso la critica più lucida alla schizofrenia istituzionale: da una parte si chiede manodopera straniera per sostenere l’economia, dall’altra si alzano muri normativi, si incentivano procedure umilianti come i click-day, e si criminalizza chi tenta di attraversare il Mediterraneo. Non si possono trattare persone come numeri quando servono, e come minacce quando cercano salvezza.

Anche per questo, non si può affrontare il tema dell’immigrazione con la sola logica emergenziale o repressiva. Bisogna tornare a ragionare in termini di inclusione, sostenibilità e reciproco beneficio. Le persone che arrivano – spesso per lavorare e contribuire – non sono “braccia da impiegare” né minacce da contenere, ma soggetti con diritti, famiglie, desideri.

Senza una visione che tenga insieme economia, diritti e società, l’Italia continuerà a oscillare tra propaganda e necessità, perdendo credibilità e capacità di governare i cambiamenti.La sfida migratoria, dunque, non è solo questione economica o di sicurezza. È una sfida etica, che interroga la qualità della nostra democrazia, il senso della nostra cittadinanza, la profondità del nostro umanesimo. È anche, per credenti e non credenti, un banco di prova della capacità di una società di coniugare legalità e umanità.

In un’Italia che invecchia e si svuota, chi arriva può essere una risorsa. Ma affinché lo sia davvero, servono regole giuste, percorsi di integrazione, politiche di lungo respiro. E soprattutto, uno sguardo capace di vedere non solo ciò che manca, ma ciò che può nascere dall’incontro.

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