Giustizia e politica: la sconfitta del riformismo e il nodo della coerenza
Dal massacro giuridico-mediatico degli anni ’90 al voto referendario: tra antipolitica, post-verità e crisi della cultura garantista
Il risultato delle urne va rispettato. È il fondamento stesso della democrazia. E tuttavia ci sono passaggi in cui, pur nel rispetto del voto, si avverte una ferita profonda, politica e personale insieme. Questo referendum sulla giustizia è stato uno di quei momenti.
Per chi ha attraversato l’inizio degli anni ’90, segnato da un vero e proprio massacro giuridico-mediatico, il tema del garantismo non è mai stato astratto. È nato lì, in una stagione in cui il confine tra accusa, informazione e giudizio pubblico si fece labile, e in cui troppe volte il processo veniva celebrato prima nei media che nelle aule di giustizia. Da quella esperienza è maturata la convinzione che una giustizia equilibrata, al servizio del cittadino, non sia un’opzione politica tra le altre, ma un principio irrinunciabile.
Eppure, il voto referendario racconta un’altra storia. Colpisce, innanzitutto, la geografia del risultato. Il No ha trovato una forza significativa nel Mezzogiorno – basti pensare a città come Palermo, dove ha raggiunto percentuali altissime – in territori che non possono essere letti con le categorie tradizionali della sinistra e della destra. Qui il dato politico si intreccia con un fenomeno più profondo: il dilagare dell’antipolitica. Dal linguaggio del “vaffa” fino alla radicalizzazione dei social, si è sedimentata una cultura diffusa di sfiducia, risentimento e rifiuto delle istituzioni. In questo clima, un approccio fondato sui contenuti, sul ragionamento giuridico, sulla complessità – quello del Sì – appare inevitabilmente debole, quasi disarmato, di fronte a una comunicazione più aggressiva, emotiva e organizzata.
Ma c’è un secondo elemento che pesa, ed è forse ancora più preoccupante: il livello di aggressività e di distorsione del dibattito. La stagione della post-verità non è più una categoria teorica, è diventata pratica quotidiana. Non conta ciò che è vero, ma ciò che riesce a imporsi come tale. Alcuni settori della magistratura hanno contribuito a questo clima, entrando nel confronto pubblico con toni e modalità che hanno finito per alimentare una rappresentazione parziale, se non distorta, dei contenuti della riforma. Il risultato è stato uno spostamento del confronto dal merito alle paure, dalle norme alle narrazioni.
Ma le contraddizioni non si fermano qui. Colpisce la posizione di una parte della sinistra e di molti degli attuali protagonisti del fronte del No, che in passato avevano sostenuto, almeno in parte, l’esigenza di un riequilibrio del sistema e di un rafforzamento delle garanzie. È una memoria che si accorcia, fino a diventare incoerenza. E il risultato è una politica che sembra muoversi più per convenienza che per convinzione.
La conseguenza di tutto questo è sotto gli occhi di tutti: disorientamento, astensione, voto contrario anche in settori che avrebbero potuto riconoscersi nelle ragioni del Sì. E, soprattutto, un colpo pesante al riformismo. È questo, forse, il dato più amaro. Perché la sconfitta non riguarda solo una riforma, ma una prospettiva politica: quella di un’area capace di tenere insieme diritti, equilibrio istituzionale e responsabilità.
Dentro questo scenario si rafforza una linea più massimalista, destinata a segnare a lungo gli equilibri del principale partito della sinistra. E per chi aveva immaginato, anche solo come possibilità, un ritorno dentro un campo riformista, questa evoluzione rappresenta una chiusura, forse definitiva. Non è solo una questione politica, ma anche generazionale: sembra affievolirsi quel patrimonio di esperienze e di idee che aveva alimentato le “generazioni fucine”, capaci di immaginare uno spazio riformista tra opposti estremismi.
Eppure, proprio per questo, la riflessione non può fermarsi alla delusione. La lezione che viene da questo voto è chiara: senza una cultura solida, senza una memoria critica di ciò che accadde negli anni ’90, senza una capacità di contrastare la deriva della post-verità e dell’antipolitica, ogni tentativo di riforma è destinato a indebolirsi.
Dopo una sconfitta così, serve tempo per capire, per rimettere insieme i fili, per ricostruire un linguaggio e una proposta. Non è solo una necessità politica, è una responsabilità. Forse non per noi, o non più soltanto per noi, ma per chi viene dopo. Per i figli, per i nipoti, perché possano ancora trovare uno spazio in cui il diritto non sia travolto dal clamore, e la politica non sia ridotta a rancore.
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