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Gaza, Israele, Hamas: contro la verità mutilata e le parole sprecate

Tra l’orrore del 7 ottobre e la devastazione di Gaza, le parole “genocidio” e “resistenza” rischiano di diventare slogan che uccidono la verità.

Parlare di Gaza senza parlare ogni giorno di Hamas è come raccontare solo metà di una tragedia. È un esercizio di comodo, un racconto parziale che rischia di trasformare il terrorismo in resistenza, la barbarie in eroismo.

Ma c’è un’altra mutilazione della verità, altrettanto diffusa e altrettanto pericolosa: parlare di Hamas senza mai nominare i torti storici e le colpe presenti del governo israeliano, in particolare quello guidato da Benjamin Netanyahu. In mezzo a queste due verità manomesse, resta la realtà: due popoli, due sofferenze, e una spirale che sembra non volersi mai arrestare.


La distruzione a Gaza è spaventosa. Nessuno può più negarlo. Nemmeno chi teme – giustamente – l’uso improprio del termine "genocidio". Le case abbattute, i bambini senza nome, gli ospedali ridotti a macerie, la fame usata come arma. È accaduto sotto gli occhi di tutti. Ma l’interrogativo su cosa sia legittimo chiamare "genocidio" non può essere liquidato come un tabù ideologico. Adriano Sofri, con coraggio e profondità, ha spiegato perché anche chi non pronuncia quella parola non può più evitare la domanda. Perché Gaza è oggi teatro di una punizione collettiva che offende la coscienza e umilia il diritto.


E tuttavia, quella parola – genocidio – non può diventare uno slogan né un’arma retorica. È una definizione giuridica e storica pesante, che richiede rigore. Non si può invocare con leggerezza. Non perché offenderebbe la memoria della Shoah, come temono alcuni, ma perché rischia di offuscare la complessità del presente e schiacciare Israele nel ruolo di "nazistizzato", cancellando ogni differenza. Eppure, ciò che accade a Gaza resta moralmente e politicamente intollerabile, e chi non lo vede ha deciso di non guardare.


Non si può più difendere la strategia criminale di Netanyahu. Il suo governo – il più a destra della storia di Israele, con ministri apertamente suprematisti e razzisti – ha scelto la sproporzione come linguaggio, e la perpetuazione del conflitto come strumento di potere. Netanyahu ha smantellato ogni tentativo di dialogo, ha incentivato l’espansione degli insediamenti illegali, ha indebolito Fatah per legittimare Hamas come unico nemico utile. Ha tradito la sicurezza degli israeliani, non difendendoli, ma rendendoli più vulnerabili. Ha trasformato un popolo impaurito in un popolo rassegnato, trascinato in una guerra infinita senza prospettive.


L’orrore del 7 ottobre non può giustificare tutto. Non può giustificare mesi di bombardamenti indiscriminati, né l’affamare un’intera popolazione. Non può giustificare il cinismo con cui si sono ignorate le alternative diplomatiche. Né può assolvere il governo da un uso della forza che sembra, ormai, rispondere più al calcolo che alla legittima difesa.


Ma è altrettanto vero che Hamas è parte integrante del problema. Una forza armata che non vuole la pace, ma la distruzione. Che non difende i civili, li usa. Che non costruisce, ma devasta. I suoi crimini – dal massacro del 7 ottobre alle strategie di guerra fondate sugli scudi umani – sono crimini contro l’umanità. E sono una tragedia innanzitutto per i palestinesi stessi, ostaggio di un’organizzazione che parla in loro nome, ma non per il loro bene.


Chi oggi manifesta per Gaza e chiede giustizia per i civili deve trovare il coraggio di condannare Hamas senza esitazioni, senza giustificazioni. Non si può difendere la causa palestinese lasciandola in mano a chi ha fatto della morte un’ideologia. E non si può chiedere agli ebrei del mondo di dissociarsi da Israele, come se fossero corresponsabili, senza pretendere altrettanto da chi si professa solidale con i palestinesi, ma tace sulle violenze di Hamas.


Il dibattito sulla parola "genocidio" ha finito per diventare una trappola. Sofri lo dice bene: è diventata una parola-feticcio, che separa i “veri” solidali dai “tiepidi”, invece di unire in una denuncia comune dell’orrore. È vero che Israele non è la Cambogia di Pol Pot, né la Germania nazista. È altrettanto vero, però, che Gaza non è solo un "effetto collaterale", ma il risultato di scelte consapevoli. E questo basta, almeno, a parlare con forza di crimini di guerra, violazioni sistematiche del diritto internazionale, punizione collettiva di civili innocenti.


Non è antisemitismo criticarlo. È dovere morale. Ma chi confonde Israele con l’ebraismo, chi riduce la memoria della Shoah a un "alibi sionista", chi sventola il genocidio come bandiera senza guardare al sangue del 7 ottobre, non sta dalla parte della giustizia. Sta solo scegliendo un nuovo linguaggio per un odio antico.

In mezzo a tutto questo, c’è chi – come Sofri – continua a credere che dal trauma possa nascere una svolta. Che un nuovo inizio sia ancora possibile, se solo si avesse il coraggio di immaginarlo.


Non sarà Hamas a guidare i palestinesi verso la libertà. Non sarà Netanyahu a garantire la sicurezza degli israeliani. Ma c’è ancora una parte di entrambe le società – laica, democratica, civile – che può alzare la voce. Che può dire: né genocidio né terrorismo, né odio né vendetta. Solo giustizia. Solo futuro.


E allora, forse, potremo tornare a usare le parole per unire, non per ferire. A cercare verità intere, non narrative dimezzate. A dire, con Giuliano Ferrara, con rabbia ma anche con speranza:

 “Free Gaza from Hamas”
ma anche:
“Free Israel from Netanyahu”.

 

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