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Gaza, Iran e l’occidente esitante: tra propaganda, guerra e cecità morale

Da una Gaza piegata dal doppio giogo Hamas-Israele a un Iran che cerca una via d’uscita sotto i cieli dominati da Tsahal, il Medio Oriente brucia mentre l’Occidente oscilla tra simbolismi, paure economiche e inazione strategica.


Due teatri di crisi, un solo grande equivoco: quello dell’Occidente. Mentre la Striscia di Gaza continua a vivere sotto assedio e sotto dittatura, l’Iran subisce una campagna militare israeliana che ha decapitato le sue strutture militari e umiliato la sua aeronautica. In entrambi i casi, le reazioni occidentali oscillano tra il silenzio, la retorica diplomatica e una indignazione a senso unico. Ne emerge una diagnosi impietosa: una profonda incoerenza morale, strategica e comunicativa.


La crisi in Gaza, segnata dal tragico bilancio umanitario, continua a essere raccontata prevalentemente secondo un canone rigido, dove Israele viene descritto come unico oppressore e Hamas come assente o vittima. Il Jerusalem Post ha denunciato questa lettura come parte di un “inquietante schema ricorrente”, nel quale attivisti, ONG e media trattano l’organizzazione islamista solo come una “nota a piè di pagina”, ignorando le sue responsabilità nella repressione interna, nel sabotaggio degli aiuti umanitari e nell’uso sistematico della popolazione civile come scudo.


Dall’altra parte, l’Iran, già teatro di una delle più longeve e sanguinarie repressioni interne del Medio Oriente, si trova ora oggetto di un’operazione militare che ha reso vulnerabile il cuore stesso del regime. Come ha raccontato Micol Flammini sul Foglio (16 giugno 2025), l’operazione Am Kelavi, lanciata da Israele, ha concesso a Tsahal una libertà d’azione totale sullo spazio aereo iraniano. “La via verso Teheran è ormai un’autostrada”, ha dichiarato un pilota israeliano coinvolto nell’operazione.


L’Iran ha risposto come può: con attacchi inefficaci e vendette interne, colpendo zone civili più per rabbia che per strategia, e dando il via a una caccia paranoica a presunti infiltrati del Mossad. Sotto pressione, il regime di Khamenei sta ora cercando una via d’uscita attraverso mediatori arabi, mentre affida ai suoi mezzi d’informazione, come la televisione di Stato Irib, una narrazione bellica completamente sganciata dalla realtà. Anche quella è stata colpita da Israele, proprio mentre trasmetteva un comunicato contro l’“entità sionista”. Le immagini dell’edificio centrato dai missili mentre i giornalisti fuggivano rimandano a un simbolismo potentissimo: la propaganda si sgretola mentre il cielo è dominato da altri.


L’elemento comune tra Gaza e Iran è l’ambiguità occidentale. L’Occidente osserva, commenta, talvolta si indigna. Ma raramente agisce con coerenza. Su Gaza, la pressione diplomatica verso Israele si accompagna a una sottovalutazione sistemica della natura totalitaria di Hamas. Su Teheran, si predica da decenni il dialogo, si stringono accordi che vengono regolarmente violati, mentre il regime islamico continuava ad arricchire uranio e reprimere la società civile.


Intanto Israele, che nel bene e nel male è parte integrante del mondo democratico, si ritrova solo. Scrive Giuliano Ferrara: “Dovremmo aiutarli, armarli più di quanto non facciamo, affiancarli e distruggere quel loro nemico che è anche il nostro nemico.” Ma l’Europa e gli Stati Uniti esitano, temendo i costi energetici, le reazioni dell’opinione pubblica o le ripercussioni sui mercati.


È una solitudine che rivela un Occidente impaurito, stanco, narcotizzato, incapace di difendere fino in fondo i principi che dice di voler tutelare: libertà, verità, diritto internazionale. Mentre si moltiplicano le manifestazioni per Gaza, si tace sulle donne impiccate a Teheran; si condannano i bombardamenti israeliani, ma si minimizzano gli attacchi terroristici o l’uso di civili come scudi umani.


Le guerre in corso in Medio Oriente non sono guerre lontane. Coinvolgono questioni decisive: la sopravvivenza di una democrazia sotto attacco, la diffusione di tecnologie nucleari in mano a regimi fondamentalisti, la ridefinizione degli equilibri globali. Ma per comprenderle, serve un linguaggio onesto, capace di riconoscere che esistono colpe da entrambe le parti e che la verità, per essere giusta, deve essere intera.


Il pericolo non è solo la guerra. È una pace fondata sulla menzogna o, peggio, sull’omissione. E oggi, nel silenzio su Teheran e nella parzialità su Gaza, questa pace ingannevole è già in costruzione.
 
Pietro Giordano

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