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FINE VITA, IL TEMPO DELLA RESPONSABILITÀ

Tra legge nazionale, diritti diseguali e dignità del malato: serve una scelta alta, non ideologica

Dopo anni di rinvii, richiami istituzionali e battaglie civili, il Parlamento italiano si prepara – almeno sulla carta – a colmare uno dei vuoti legislativi più delicati e urgenti: quello sul fine vita.

Un tema che tocca il cuore dell’etica pubblica, della coscienza individuale e della dignità umana, troppo a lungo lasciato sospeso tra sentenze della Corte costituzionale, iniziative regionali e silenzi legislativi. Ora, la maggioranza guidata da Giorgia Meloni promette un disegno di legge: il testo, costruito a partire dalle cure palliative, sarà in Aula al Senato il prossimo 17 luglio.

Ma intanto, la vita – e la morte – non aspettano i tempi della politica. Il 17 maggio scorso, Daniele Pieroni, 64 anni, affetto da Parkinson avanzato e grave disfagia, ha potuto accedere al suicidio assistito nella propria casa in provincia di Siena. È il primo caso in Italia regolato da una legge, quella regionale toscana “Liberi Subito”, approvata l’11 febbraio 2025. Una norma impugnata dal Governo, ma applicata in forza della sentenza Cappato-Antoniani del 2019. A conferma che, anche nell’attesa del verdetto della Consulta, le decisioni sul fine vita non si fermano: si compiono, nel silenzio degli ospedali, delle case, degli hospice, tra dolore e libertà.

Secondo quanto trapelato dalla riunione di maggioranza con Meloni, Salvini e Tajani, il futuro testo sul fine vita non prevede un ruolo centrale del giudice, ma l’istituzione di un Comitato etico nazionale che valuterà le condizioni dei pazienti. Resta controverso il coinvolgimento del Servizio sanitario nazionale: Fratelli d’Italia insiste per limitarlo alle sole cure palliative, nonostante la Corte costituzionale (sent. 66/2025) ne abbia riconosciuto, seppur implicitamente, un ruolo anche nei percorsi di fine vita.

La nuova legge – annunciata ma non ancora presentata – appare quindi come un tentativo tardivo e parziale di ricondurre a un ordine centralizzato ciò che già accade nei territori. La Toscana, in assenza di norme nazionali, ha agito nel rispetto della competenza concorrente in materia sanitaria, strutturando una legge “cedevole”, ovvero pronta a decadere nel momento in cui il Parlamento approvi un testo nazionale. Ma come sottolinea il costituzionalista Stefano Ceccanti, è difficile che la Consulta possa abrogare una legge che semplicemente applica una sentenza della Corte stessa. «Il governo – osserva – ha compiuto una mossa ideologica: è debole davanti alla Consulta, che ha già fissato i paletti». La vera strada per il centrodestra, spiega Ceccanti, «è fare una legge nazionale, anche più restrittiva, senza sabotare il quadro giurisprudenziale consolidato».

La proposta governativa ha ricevuto un’apertura prudente dalla Conferenza episcopale italiana, che ha definito quella delle cure palliative “una buona partenza”. Monsignor Francesco Savino, vicepresidente CEI, ha sottolineato: “Tra accanimento terapeutico e eutanasia c’è la terza via: le cure palliative. È una questione di civiltà e democrazia”. Ma ha anche ricordato che senza personale formato e investimenti adeguati, nessuna legge può bastare. In molte aree del Paese, solo il 20-25% dei malati terminali ha accesso effettivo a cure palliative.

Nel dibattito sul fine vita, le cure palliative non sono un’alternativa ideologica né un compromesso, ma un indispenzabile approccio clinico capace di dare dignità al malato anche quando non c’è più speranza di guarigione.

Sono garantite dalla legge 38/2010, eppure largamente disattese. Si tratta di prendersi cura del corpo e dell’anima: con farmaci, ascolto, sostegno psicologico e relazionale, in casa o negli hospice, con équipe multidisciplinari. Un modo per non abbandonare, per non arrendersi all’indifferenza, per non fare della morte un tabù o un automatismo burocratico.

Altro nodo delicato è quello dell’obiezione di coscienza. La legge nazionale dovrà prevederla per i medici e gli operatori sanitari, come già accade in altri ambiti. Ma il diritto del professionista non può annullare il diritto del malato. Senza una rete di strutture e personale disponibile, l’obiezione rischia di bloccare l’intero percorso di accompagnamento. Servono garanzie di continuità, equilibrio tra libertà individuale e diritto costituzionale alla salute e all’autodeterminazione.

La proposta Bazoli (Pd), ferma dal 2022, e quella del governo Meloni sembrano muoversi su binari paralleli, ma divergenti. Il rischio è che il confronto politico si areni su identità ideologiche, anziché affrontare il dolore reale di chi oggi – in un letto, in una stanza, in una casa di cura – cerca risposte concrete, non proclami.

“Se non sempre si può guarire, sempre si può assistere” – ha detto Mons. Savino.

Ed è forse in questa semplice verità che si racchiude il senso più profondo della questione: non si tratta solo di stabilire chi possa decidere, in che modo, con quali limiti. Si tratta di riscoprire il valore della cura quando la guarigione non è più possibile, di non sottrarre presenza e responsabilità proprio nell’ora estrema, di non lasciare soli coloro che si interrogano sul senso della propria fine.

Serve una legge, sì. Serve una cornice giuridica chiara e nazionale, come chiede la Corte costituzionale e come invoca anche il buonsenso. Ma serve, soprattutto, una cultura della vicinanza, del rispetto, della misericordia. Perché nessuna norma sarà mai abbastanza giusta se non sarà nutrita dalla coscienza viva di un popolo che sa accompagnare, sostenere, ascoltare anche nel dolore.

Il tempo della politica è spesso lento. Ma il tempo della sofferenza non aspetta. Chi chiede oggi di essere aiutato a vivere – fino alla fine – con dignità, non può essere rimandato a domani. Ed è in questo oggi che la Repubblica è chiamata a fare la sua parte: con coraggio, senza ideologie, e con la delicatezza che merita ogni essere umano davanti al confine del mistero.

Perché nel morire, così come nel nascere, ci si affida. E chi accompagna ha il dovere di farlo non con strumenti di morte, ma con mani capaci di compassione. La legge potrà fissare regole. Ma la dignità – quella vera – resta sempre nelle relazioni che sappiamo custodire. Fino alla fine. E anche oltre.

Pietro Giordano

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