De Gasperi e la politica di oggi: il confronto che manca
Dal senso del limite alla dittatura del consenso, due idee opposte di potere
Mettere a confronto Alcide De Gasperi con la politica di oggi non significa indulgere alla nostalgia, ma misurare la distanza tra due concezioni radicalmente diverse del potere. Da una parte uno statista che considerava la politica un servizio temporaneo e gravoso; dall’altra una stagione segnata da leader permanenti, comunicazione ossessiva e ricerca continua di consenso immediato.
De Gasperi aveva una consapevolezza rara: il potere è per definizione limitato. Limitato dalle istituzioni, dalla Costituzione, dalla complessità della società. Governare significava per lui assumersi il peso delle decisioni, non illudere i cittadini di poter risolvere tutto. Oggi, al contrario, la politica tende a presentarsi come onnipotente nelle parole e impotente nei fatti. Si promette molto, si realizza poco, e quando i risultati non arrivano la colpa viene sempre attribuita a qualcun altro: l’Europa, i mercati, le burocrazie, i governi precedenti.
De Gasperi ragionava in termini di decenni. La ricostruzione, l’Europa, la collocazione internazionale dell’Italia erano scelte pensate per il futuro, non per le elezioni successive. La politica di oggi, invece, vive nel tempo reale dei social network e dei sondaggi settimanali. La strategia ha ceduto il passo alla tattica, la visione alla reazione. Ogni decisione è valutata non per i suoi effetti strutturali, ma per l’impatto comunicativo immediato.
La Democrazia Cristiana di De Gasperi era un grande partito popolare, con radicamento sociale, dibattito interno, formazione della classe dirigente. Oggi molti partiti sono diventati comitati elettorali personalistici, privi di luoghi di elaborazione culturale e politica. La selezione della classe dirigente avviene più per fedeltà al capo che per competenza o visione. Il risultato è una politica fragile, incapace di affrontare problemi complessi come la transizione demografica, il lavoro, la coesione sociale.
De Gasperi praticava la mediazione come virtù politica alta, non come segno di debolezza. Sapeva che in una democrazia pluralista nessuno può governare da solo contro metà del Paese. La politica di oggi, invece, spesso vive di polarizzazione permanente: nemici da indicare, campi contrapposti, linguaggio bellico. Una dinamica che può portare consenso nel breve periodo, ma che logora le istituzioni e avvelena il clima civile.
Per De Gasperi l’Europa era una scelta irreversibile e responsabile. Oggi, troppo spesso, viene usata come alibi: quando conviene è una risorsa, quando impone vincoli diventa il bersaglio polemico. Questa ambiguità indebolisce sia la credibilità italiana sia la stessa Unione Europea, trasformata da progetto politico in comodo capro espiatorio.
De Gasperi incarnava quella che Max Weber chiamava “etica della responsabilità”: giudicare le azioni per le loro conseguenze reali, non per la purezza delle intenzioni. Gran parte della politica attuale sembra invece dominata da un’etica della convinzione gridata, in cui conta più affermare la propria identità che governare davvero i processi. È una politica che divide, ma non costruisce.
Il confronto tra De Gasperi e la politica di oggi non serve a celebrare un passato idealizzato, ma a porre una domanda scomoda: siamo ancora capaci di una politica adulta? Capace di dire dei no, di spiegare scelte difficili, di formare una classe dirigente all’altezza delle sfide?
De Gasperi non offre ricette pronte, ma un criterio. In tempi di fragilità democratica e di sfiducia diffusa, quel criterio – sobrietà, responsabilità, visione – resta una misura severa con cui la politica di oggi fatica a reggere il confronto.
Commenti (0)