Non è il liberismo il nemico, ma l'assenza di regole
Le crisi del mercato non si risolvono consegnando tutto allo Stato, così come le crisi della politica non si risolvono limitando la libertà delle persone
L'interessante riflessione di Alfonso Lanzieri sullo scisma lefebvriano offre uno spunto che va ben oltre il dibattito ecclesiale. Al centro del suo ragionamento vi è infatti una domanda che attraversa tutta la modernità: è possibile credere fermamente nella verità senza pretendere di imporla attraverso il potere? È la stessa domanda che, mutatis mutandis, riguarda anche l'economia.
Negli ultimi anni il liberismo è diventato il bersaglio di molte critiche. La globalizzazione ha prodotto disuguaglianze, alcune multinazionali hanno acquisito un potere enorme, la finanza ha spesso prevalso sull'economia reale e molti lavoratori hanno sperimentato precarietà e insicurezza. Tutto questo è reale, ma da qui a concludere che il mercato sia il problema e che la soluzione sia affidare maggiori poteri allo Stato il passo è lungo e, soprattutto, non dimostrato.
Le crisi generate dal cattivo funzionamento dei mercati non sono quasi mai il frutto dell'eccesso di libertà, bensì dell'assenza di regole efficaci o della loro cattiva applicazione. Monopoli, oligopoli, rendite di posizione, speculazioni finanziarie, evasione fiscale, concorrenza sleale, sfruttamento del lavoro non rappresentano il liberismo, ma la sua negazione. Dove il mercato smette di essere concorrenziale e aperto, cessa anche di essere davvero libero. È un errore speculare a quello denunciato da Lanzieri sul piano politico. Come qualcuno pensa di difendere la verità limitando la libertà della coscienza, così altri ritengono di difendere la giustizia economica limitando la libertà d'impresa e la concorrenza. In entrambi i casi si attribuisce a un'autorità centrale il compito di decidere ciò che è giusto per tutti.
La storia, però, insegna prudenza. Le economie completamente pianificate hanno prodotto inefficienza, scarsità e spesso anche limitazione delle libertà civili, al tempo stesso, i mercati lasciati senza alcuna regolazione hanno favorito concentrazioni di ricchezza e squilibri sociali, entrambi gli estremi mostrano i propri limiti. Per questo il vero confronto non dovrebbe essere tra Stato e mercato, ma tra modelli di equilibrio. Il mercato ha bisogno di regole, così come la democrazia ha bisogno di istituzioni, nessuno dei due funziona da solo.
Del resto, anche la grande tradizione del cattolicesimo democratico non ha mai contrapposto in modo ideologico Stato e mercato, ha sempre cercato una sintesi fondata sul principio di sussidiarietà: lo Stato interviene dove il mercato non riesce a garantire giustizia, ma non sostituisce la libertà delle persone e delle comunità quando queste sono in grado di agire responsabilmente. È la logica dell'economia sociale di mercato che ha accompagnato la ricostruzione europea del dopoguerra.
L'attacco indiscriminato al liberismo rischia invece di produrre un effetto paradossale. Se ogni disuguaglianza viene attribuita al mercato, si finisce per chiedere allo Stato di risolvere ogni problema, ma uno Stato che pretende di decidere tutto concentra inevitabilmente un potere enorme, con il rischio di comprimere proprio quelle libertà che intende proteggere.
La vera alternativa non è scegliere tra mercato e Stato, ma impedire che l'uno o l'altro diventino assoluti. Così come la Chiesa, dopo il Concilio Vaticano II, ha riconosciuto che la verità non può essere imposta dalla forza politica ma deve essere proposta alla libertà della coscienza, allo stesso modo l'economia dovrebbe ricordare che la prosperità nasce dalla libertà di iniziativa, purché questa sia accompagnata da regole giuste, da responsabilità sociale e da una concorrenza realmente aperta.
Le società più dinamiche non sono quelle dove tutto è lasciato al mercato né quelle dove tutto è deciso dallo Stato, sono quelle che riescono a mantenere in equilibrio libertà e responsabilità, iniziativa privata e solidarietà, competizione e tutela dei più deboli.
Forse è proprio questa la lezione che oggi rischiamo di dimenticare: il problema non è la libertà. Il problema nasce quando la libertà perde il senso del limite oppure quando il potere, in nome di un bene superiore, pretende di sostituirsi ad essa.
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