25 aprile, la memoria contesa
Tra libertà e divisioni, il rischio di smarrire il senso di una data fondativa
C’è un’immagine che colpisce più di altre, perché rompe una narrazione che vorremmo lineare, pacificata, condivisa. È quella evocata da Paola Concia: il 25 aprile che “muore” in mezzo a urla, tensioni, accerchiamenti. Fascisti che insultano la Brigata Ebraica con parole che riportano agli abissi della storia, “siete saponette mancate”. Bandiere contestate, presenze rifiutate, identità trasformate in bersagli.
Se questo è il quadro, non siamo di fronte a un incidente di percorso. Siamo davanti a una frattura.
Il 25 aprile non è una data qualsiasi. È il giorno della Liberazione, il momento in cui l’Italia si è rialzata dopo il buio del fascismo e della guerra, scegliendo la strada della democrazia. È una radice civile prima ancora che politica. Ma proprio perché è una radice, ogni anno torna a interrogare il presente: chi siamo oggi, e cosa abbiamo fatto di quella eredità?
Le scene di tensione attorno alla Brigata Ebraica non sono nuove, ma ogni volta aggiungono un elemento di inquietudine. Perché la Brigata Ebraica – composta da volontari ebrei che combatterono contro il nazifascismo – è parte integrante di quella storia. Contestarla significa, in qualche modo, mettere in discussione la complessità stessa della memoria.
Poi c’è un altro livello, più contemporaneo: quello delle bandiere ucraine contestate. Qui la memoria si intreccia con l’attualità, con le guerre di oggi, con le divisioni geopolitiche che attraversano anche le piazze. Il rischio è evidente: trasformare il 25 aprile in un campo di battaglia simbolico, dove le letture del presente schiacciano il senso del passato.
Ma il punto forse è un altro, più profondo.
Il 25 aprile nasce come festa della libertà, ma è anche – inevitabilmente – una festa della complessità. Dentro quella data convivono storie diverse: partigiani comunisti e cattolici, liberali e socialisti, militari e civili, italiani e stranieri. È una memoria plurale, non monolitica. E proprio per questo fragile.
Quando questa pluralità diventa conflitto, quando il ricordo si trasforma in esclusione, qualcosa si rompe. Non perché il dissenso sia illegittimo, ma perché perde il suo spazio civile e diventa negazione dell’altro.
La vera domanda, allora, non è se il 25 aprile sia ancora attuale. Lo è, forse più che mai. La domanda è se siamo ancora capaci di abitarlo.
Perché la libertà non è mai acquisita una volta per tutte. È una pratica quotidiana, fatta anche di rispetto, di ascolto, di riconoscimento reciproco. È la capacità di stare in una piazza senza trasformarla in un’arena.
E forse è proprio qui che il 25 aprile oggi si gioca davvero: non nella celebrazione rituale, ma nella qualità della convivenza che riusciamo a costruire attorno a quella memoria.
Se una festa della liberazione diventa un luogo di esclusione, allora sì, qualcosa muore. Non la storia – che resta – ma il modo in cui scegliamo di viverla.
E allora la sfida non è difendere il 25 aprile come simbolo astratto. È restituirgli senso, ogni anno, dentro le contraddizioni del presente. Senza semplificazioni. Senza slogan. Senza odio.
Perché la libertà, se non è di tutti, rischia sempre di non essere più libertà.
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